venerdì 8 agosto 2008

VAFFANCULO VITA!

No, non ce la faccio.
Potrei ingannarvi… Ingannare… ancora una volta. No ragazzi, ho smesso di dire cazzate!
Il diretto per Roma è atteso per le dodici e trentacinque. C’è un’aria strana. Elettrica. L’afa delle ultime settimane se ne sta andando. Forse è il sentore dell’autunno. Chissà…
Il treno è una bella storia. Non so se mi spiego. Binari diritti, cilindri di metallo che sfrecciano per l’Italia, trasportando storie. Le nostre storie. Mi accendo una cicca… La mia ultima… che faccio? Lo faccio?
Ore dodici e trentadue. Inutile allarmarsi. La Trenitalia è sempre in ritardo.
Ma forse oggi… Ciuf-Ciuf!
Vaffanculo vita!

giovedì 7 agosto 2008

APPARTENENZA

La linea guardò il punto. Se fosse stata curva l’avrebbe raggiunto. Invece era retta, e continuò per la sua strada.
Il punto ci rimase male. La linea passava vicina a lui ma non lo comprendeva. Era da solo, su quel foglio sconfinato.
Poi una voce gli disse: «Non abbatterti. Guarda che non sei l’unico qui. Siamo in tanti!»
Il punto si volse e vide un altro punto uguale a lui.
«Ah si?» domandò.
«Siamo tutti pezzetti del grande cerchio.»
Allora il punto sorrise. Non poteva vedere il cerchio, ma si fece volentieri convincere di farne parte.
E così si credé felice.

mercoledì 6 agosto 2008

C'ERA UNA VOLTA DIO

C’era una volta Dio.
Fu inventato dagli uomini, e furono gli uomini ad ucciderlo. Perché in natura funziona così.
Il mondo era armonioso prima del loro avvento. Ogni creatura partecipava al disegno, rispettandone l’ordine, accettando i suoi compiti. Poi una cellula impazzita diede origine alla “Variabile Uomo”, un bizzarro algoritmo dell’Equazione Vita. Per autoalimentarsi di forza vitale e dare un senso alla loro esistenza, gli uomini introdussero nel disegno il “Valore Dio”. Per millenni aiutò a forzare l’equilibrio, fino al giorno in cui non servì più. Così lo eliminarono.
Oggi siamo tornati a danzare tutti insieme al cospetto di Madre Matematica.

LEI NON SA CHI SONO

Mi ha invitato a bere qualcosa. L’appartamento è grazioso. Mette su un po’ di musica, poi sparisce in cucina. Torna con due bicchieri e una promessa di letto.
Le tolgo i drink. La stringo. Le faccio scivolare una mano sotto la gonna. Ma la mano è già un tentacolo.
La penetro con l’estremità gommosa di quell’appendice. Adoro prendere forme nuove. Le leggo sorpresa negl’occhi. Le piace per un po’, poi soffoca un grido. Non capisco se di piacere o di paura.
Urla mentre affondo negl’intestini. Lei si dimena. Danza.
Finalmente raggiungo il cuore. Lo accarezzo. Lo afferro. Lo strappo.
Dormi, piccina.

martedì 5 agosto 2008

MUJINA

Il taxi si ferma proprio davanti al portone di casa. Scendo. Corro. La pioggia battente mi scivola addosso. È buio pesto, ma non ho bisogno di cercare le chiavi. Le ho in mano.
Entro. Tremo. Barcollo. I capelli bagnati sulla faccia. Scaravento per terra la borsa, il cappotto, le scarpe. Sento ancora l’odore di lui.
Raggiungo la porta del bagno. Le lacrime si mischiano alla pioggia, ma sulle labbra rimangono amare. Accendo la luce sopra lo specchio. Non posso guardare!
Rievoco gli abbracci, le carezze, il piacere. In un’ora mi sono giocata la vita.
Guardo su. Urlo. Dov’è il mio volto?

domenica 3 agosto 2008

NYARLATOTEP

Lo sentite questo suono? Che cos’è? L’occhio elettronico che legge grattando il disco rigido, oppure l’assurdo zampettio di uno sciame d’insetti, pronti a rovesciarsi fuori dal vostro processore?
Attraverso i secoli Egli ha indossato numerose maschere, giocato molti ruoli. È stato un uomo sfuggente dalla pelle olivastra, un essere alieno con appendici artigliate e un unico osceno tentacolo al posto del volto, un mostro nero e alato, provvisto di un solo occhio vermiglio.
Nell’era informatica non poteva manifestarsi altrimenti. Egli è il messaggero, il baco sottile che s’infiltra, moltiplicandosi, conquistando, estirpando, mietendo…
L’e-mail è stata lanciata. Presto sarà insieme a voi.

ESTATE MILLENOVECENTO...

Hiromi era seduta sulla spiaggia deserta.
Toshi le stava accanto. Il sole era rosso all’orizzonte, pronto a tuffarsi nel mare.
“Domani finiscono le vacanze estive.” Disse Toshi.
“Già… torni in città domani mattina?”
“Si.”
Rimasero zitti. Solo le onde del mare rompevano il silenzio.
“Mi scriverai?”chiese Hiromi.
“E’ ovvio!!! Potrei prendere il treno e venirti a trovare se vuoi.” Rispose Toshi.
“E’ una buona idea…” disse Hiromi continuando a guardare il mare.
Rimasero lì finché il sole non sparì del tutto all’orizzonte.
“Senti, ti va un piatto di ramen?”domandò Hiromi.
“Perché no.” Toshi sorrise e l’aiutò ad alzarsi. “Dai offro io.”

sabato 2 agosto 2008

SPARITO!

“Tempo previsto per il raggiungimento dell’atmosfera esterna del pianeta; due minuti e cinquantasette secondi”.
Dalla cabina di comando il capitano osservava impassibile l’approssimarsi di quella terra aliena. Al suo fianco sedeva il Mentale, l’ombra della sua coscienza.
Secondo i dati del calcolatore quella terra, sconosciuta alle carte celesti, poteva salvarli. L’impatto con un oggetto fuori orbita aveva causato la perdita delle riserve di ossigeno. La loro unica speranza era un atterraggio di emergenza.
Mancavano sedici secondi all’entrata nell’atmosfera quando il pianeta svanì.
«È sparito!» disse incredulo il Capitano.
«Siamo spariti noi» rispose il Mentale, attribuendo un altro significato a questa storia.

IL SONNO DI HACHICO

Hachico adorava stare seduta nel suo giardino sotto il grande ginko. Ormai da tempo i figli se ne erano andati da casa. Quella casa troppo grande per una vecchia signora sola.
In un caldo pomeriggio estivo Hachico aspettava la visita, ormai divenuta rara, dei figli quando un grande gatto le si avvicinò facendo le fusa.
“T-chan? Sei tu?”
“Miao!”
Hachico chiuse gli occhi e un mare di ricordi, sogni, gioie e dolori la investirono mentre il vecchio gatto le saliva sulle ginocchia.
Quando i figli arrivarono a casa trovarono la madre sotto l’albero finalmente serena. Sulle ginocchia un vecchio gatto acciambellato.

venerdì 1 agosto 2008

L'ALBERO DI PERE

Il ruscello divideva il bosco. Sul lato ovest viveva l’orco Nando, su quello est suo cugino Lando. Ma l’albero di pere (le più succose di tutto il paese) vi cresceva proprio nel mezzo. Le radici affondavano da una parte, il tronco pendeva sul ruscello e le fronde piene di frutti ricadevano sull’altra sponda. Poiché i due orchi erano parenti non potevano farsi guerra, ed ignorando la matematica, non erano in grado di dividersi le pere. Perciò le guardavano marcire, e per sfogarsi terrorizzavano il paese.
Un dì venne un castoro col mal di denti che, abbattendo il pero, salvò il mondo.